venerdì 30 aprile 2010

Partiti e territorio

di Carla Raffaeli

Abbiamo voluto dedicare questo numero ad alcune testimonianze sulla situazione economica locale, con un’apertura anche verso gli indirizzi dell’amministrazione cittadina, nel momento in cui viene varato il Bilancio di Previsione, documento fondamentale di programmazione.
I lettori troveranno dati e valutazioni, che provengono da esperienze concrete e studi approfonditi, in grado di fornire elementi di conoscenza e di riflessione, utili a qualunque discussione seria.
Troppe volte infatti ascoltiamo dibattiti in cui il confronto è dettato da opinioni costruite su pre-giudizi ideologici o intenti propagandistici, più che sull’analisi conoscitiva dei fatti.
Ci è sembrato perciò utile focalizzare la nostra attenzione e richiamare quella dei lettori sul tema della crisi economico-finanziaria, specificamente sui modi in cui si presenta ed è vissuta nel nostro territorio e nei vari settori produttivi. Non abbiamo voluto affidarci all’immaginario del sentito dire, ma ad operatori che, da un punto di osservazione allargato, potessero fornire dati e informazioni, relativi ai fenomeni e alle strategie di intervento.
Ci sembra che la politica, non solo nelle sue vesti istituzionali, ma anche nelle forme organizzate di base (in altre parole, i partiti) dedichi poco del suo tempo e del suo impegno all’analisi, all’approfondimento, alle proposte su questi temi fondamentali, tutta volta, com’è, alle sfide interne ed esterne. Mentre l’amplificazione mediatica dà man forte all’operazione.
Ma d’altronde oggi è fuori moda parlare di “partito” e se la parola torna in uso, le si attribuisce subito la qualità di “liquido”, “aperto”. Che poi corrisponde esattamente ad un modello di debole organizzazione e scarsa presenza sul territorio. Ecco, la parola “territorio” sta invece riprendendo vigore, ma si riferisce soprattutto a una modalità tutta leghista di essere vicino alla gente, di ascoltarne la voce, i problemi, le lamentele. E’ quello che facevano i vecchi partiti, solitamente, non sempre, con una differenza sostanziale: la cultura dei partiti aiutava a guardare più in là del proprio naso, al problema comune, da affrontare senza egoismi e pregiudizi.Il nostro è un piccolo foglio, con uno spazio e una capacità di diffusione limitati, assolutamente inadeguati rispetto al problema che segnala. Vogliamo comunque parlarne insieme e contiamo ancora sulla collaborazione dei lettori, che vorranno intervenire, segnalando situazioni, positive o negative, raccontando storie personali o collettive.

Il rapporto Banca-Impresa

di Nicoletta Principi
Il rapporto “Banca-Impresa” è da sempre uno dei temi centrali, quando si parla di economia, che spesso “accende” gli animi di coloro che sono chiamati a discuterne. Specie nell’ultimo anno, attraversato dalla crisi mondiale, gli interlocutori sembrano essere ancora più diffidenti: da un parte le imprese, soprattutto quelle medie e piccole, che accusano le banche di aver ristretto la concessione del credito proprio nel momento in cui più occorreva; dall’altra parte le banche che ritengono, invece, di aver svolto correttamente il ruolo di sostegno all’economia, affidando coloro che sono meritevoli dal punto di vista creditizio. Per me che lavoro nel mondo bancario e contemporaneamente sono figlia di un piccolo artigiano, le due cose sono egualmente vere.
In alcuni casi, alle imprese che necessitano di finanziamenti per far fronte alla diminuzione di fatturato e alle forti tensioni di liquidità, tali finanziamenti non vengono concessi perchè ritenuti troppo rischiosi dalla banca, la quale, a sua volta, nega la concessione nel rispetto delle regole dettate dalla Banca d’Italia in tema di adeguatezza patrimoniale (c.d. Basilea 2), a copertura dei rischi, primo fra tutti il rischio di credito.
Le modalità di gestione e controllo del rischio di credito, che la banca attiva nell’ambito della concessione di finanziamenti, seguono un complesso procedimento, spesso sconosciuto alle imprese. Le strategie e le politiche creditizie di un Gruppo bancario sono finalizzate al raggiungimento di obiettivi di creazione valore, coerenti con i livelli di rischio prescelti, attraverso la diversificazione del portafoglio a livello settoriale, geografico e alla fissazione di limiti massimi sulla singola esposizione.
In particolare, vengono prodotte stime interne, utili alla valutazione del merito creditizio della propria clientela per ottenere misure più accurate dei rischi assunti e dei rendimenti associati.
Inoltre, attenzione è riservata al merito creditizio e al livello di patrimonializzazione della clientela affidata mediante lo svolgimento di attività di monitoraggio andamentale sulle posizioni creditizie, che consentono, attraverso la valutazione degli indicatori di degrado delle esposizioni, di cogliere i segnali anticipatori del default.Tali elementi, forse eccessivamente tecnici, andrebbero chiariti nell’ambito sia dell’ordinaria dialettica tra le parti, sia in sempre più numerosi specifici incontri, al fine di superare assieme, banca e impresa, la crisi, favorendo la ripresa dello sviluppo economico.

La nostra agricoltura merita di più

Abbiamo chiesto a Maurizio Monnati, Segretario Provinciale della Coldiretti, un intervento sull’agricoltura marchigiana. Lo ringraziamo per l’interessante articolo

E’ un periodo difficile per la nostra agricoltura, tra i più difficili della nostra storia. I prezzi dei prodotti agricoli sono precipitati e con essi la redditività delle imprese. Tutto questo, però, non è un effetto della crisi internazionale che ha investito anche il nostro territorio e, con esso, i vari settori produttivi, con conseguenze gravi su consumi e occupazione.
Il momento di difficoltà generale ha avuto qualche riflesso, è vero, nelle nostre campagne, ma va sottolineato che i consumi alimentari hanno sostanzialmente tenuto. La vera causa della crisi in agricoltura va dunque ricercata altrove, e in particolare in quelle che sono due grandi ingiustizie, due furti che vengono praticati ogni giorno ai danni di chi opera in campagna. Il primo è il furto di valore aggiunto. Per ogni euro speso dal consumatore, solo 17 centesimi finiscono nelle tasche degli agricoltori e questa forbice si sta allargando sempre più. Già, perché i centesimi che noi prendiamo per le nostre produzioni diventano euro per il consumatore finale nel passaggio attraverso la filiera, con aumenti speculativi e ingiustificati.
L’altro furto che subisce la nostra agricoltura, anche questo molto grave, è il furto d’identità. Troppo cibo viene spacciato per made in Italy ma in realtà non lo è. Pensate che solo un prodotto su tre che si vende nel nostro Paese è veramente italiano. Se poi guardiamo alla situazione mondiale, il rapporto diventa di uno su quattro. Tutto ciò ci fa capire che la vera ragione per la quale l’agricoltura non vede riconosciuto il proprio lavoro è che non ha potere contrattuale nella filiera. Il potere contrattuale è un fatto economico e si recupera con progetti di carattere economico.
E’ per questo che Coldiretti ha lanciato il progetto per una filiera agricola italiana, un progetto che punta all’interesse dei consumatori, delle imprese e dell’intero territorio. Un progetto, dunque, per tutto il Paese, che garantirà la trasparenza e la provenienza del vero made in Italy, quello che nasce totalmente dai nostri territori, per farlo arrivare ai consumatori al giusto prezzo senza speculazioni e contraffazioni.
In questo modo intendiamo rilanciare una economia reale, e cosa c’è di più reale del prodotto del territorio che diventa cibo, cibo made in Italy? E’ in questa direzione che dobbiamo lavorare tutti assieme: imprese, associazioni, politica. Perché la nostra agricoltura merita di più.
Maurizio Monnati

Approvato il Bilancio di Previsione 2010: intervista all’Assessore al Bilancio e Tributi, Luigi Barigelli

di Stefano Neri

Lo scorso sabato 17 aprile, il Consiglio Comunale ha approvato il bilancio di previsione per l’anno 2010. Anche negli anni passati ci siamo occupati di questo importante documento, poco conosciuto dai cittadini.
Per tale ragione, abbiamo intervistato l’Assessore al Bilancio Luigi Barigelli che, gentilmente, ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

- Assessore, in Consiglio Comunale ha definito questo bilancio “in frenata”. Quali le motivazioni?
- Si tratta di un bilancio che risente inevitabilmente della crisi economica in atto e dei vincoli di finanza pubblica sempre più stringenti. Le entrate correnti sono purtroppo in diminuzione, così come diversi trasferimenti pubblici che risentono dei tagli da più parti operati.
- A fronte di queste minori entrate, avete previsto degli aumenti di tariffe e tasse?
- A differenza di altri Comuni limitrofi, dove gli aumenti hanno raggiunto punte fino al 30%, abbiamo limitato al massimo gli aumenti di tasse e tariffe per non aggravare ulteriormente la situazione finanziaria dei cittadini ostrensi, già in difficoltà per la crisi economica. La tassa rifiuti non ha subito alcun aumento.
Alcune tariffe e servizi a domanda individuale, hanno subito minimi aumenti, affiancati però a sconti per le famiglie numerose.
- Allora siete intervenuti sul fronte della spesa?
- Certamente! E’ stato eseguito un attento esame di tutti i capitoli di spesa, soprattutto di quella corrente, al fine di contenere i costi e ridurre tutti i possibili sprechi. Rispetto al bilancio di previsione 2009, abbiamo previsto minori spese correnti per oltre 380 mila euro. Tutti i settori sono stati interessati dai tagli, alcuni in misura minore (sociale e istruzione) altri in misura maggiore. Si è riusciti in ogni caso a mantenere tutti i principali servizi già offerti negli anni precedenti e sono state programmate nuove iniziative di rilievo, anche nei settori interessati dai tagli (ad esempio la pista di pattinaggio o la stagione teatrale) grazie soprattutto all’ausilio di Associazioni, Imprese e Banche locali.
- Per gli interventi di manutenzione straordinaria sul patrimonio comunale e per nuove opere da realizzare, cosa avete programmato?
- Dobbiamo fare i conti, anche qui, con un pesante crollo dei proventi per oneri di urbanizzazione, ridotti alla metà rispetto al 2009 (e ad un quarto rispetto agli anni precedenti), e con una riduzione di altre entrate in conto capitale.
Questo rilevante calo finisce per limitare fortemente anche la possibilità di effettuare consistenti stanziamenti per gli interventi di manutenzione straordinaria sul patrimonio comunale (immobili, strade, scuole). L’attento esame, condotto anche in questi capitoli di spesa, ha permesso in ogni caso di individuare quelle somme in conto residui che potranno sopperire ai principali interventi da effettuarsi nel 2010. Inoltre, sin dal prossimo mese di maggio, potrà essere utilizzato anche l’avanzo di amministrazione proveniente dal 2009 e derivante da importi già stanziati in passato ma sui quali sono state realizzate delle economie di spesa. Nel bilancio 2010, ed in quello pluriennale, tra i vari interventi è prevista la sistemazione e l’ampliamento della palestra delle scuole “Crocioni”, interventi riguardanti la scuola materna, la realizzazione di un nuovo colombario nel civico cimitero e la realizzazione di alcuni progetti già programmati dalla passata amministrazione che, seppur avviati, erano solamente in fase embrionale (sistemazione delle Riviere e secondo stralcio dei Centri Commerciali Naturali). Altri importanti interventi sono previsti sulle frazioni; uno fra questi, la rotatoria di Casine che diventerà definitiva.
- Due parole sul patto di stabilità. Dopo aver rispettato gli obiettivi nel 2009, cosa prevedete per il 2010? E perché, a proposito delle regole che non sono cambiate ha aggiunto “purtroppo”?
- Perché negli ultimi dieci anni le regole sul patto sono cambiate ogni anno o anche più volte in un anno, mentre per il 2009 e per il 2010 la norma si è stabilizzata nella sua formulazione peggiore. Le regole attuali sono molto più stringenti che negli anni passati e penalizzano gli enti più “sani” a favore di quelli in difficoltà. Con queste regole i comuni si troveranno con ingenti somme ferme in banca, ma con gli edifici pubblici a pezzi, perché è penalizzata proprio la spesa per investimenti.
Ciononostante abbiamo programmato il rispetto dei vincoli anche per il 2010, anche se ciò comporterà un attento controllo delle spese in conto capitale.
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Ringraziamo l’Assessore Barigelli per la disponibilità accordataci.

Le “linee” del Bilancio di Previsione

di Bruno Landi

Dell’intervista rilasciata dall’Assessore al Bilancio, Luigi Barigelli, al nostro Stefano Neri colpisce, tra gli altri, un dato che merita un approfondimento. E, per quanto mi riguarda, una seria riflessione.
Afferma l’Assessore che nella Previsione del 2010, rispetto alla previsione dell’anno precedente, “abbiamo previsto minori spese correnti per oltre 380 mila euro”. Una somma ragguardevole, pur nella considerazione che – sono ancora parole dell’Assessore – “tutti i settori sono stati interessati dai tagli…e si è riusciti a mantenere tutti i principali servizi…”.
Voglio dire subito di trovarmi d’accordo su questa “linea” seguita nell’impostazione del Bilancio. Anche se è una linea dettata dalle vigenti disposizioni e magari non da una libera scelta. Ritengo, infatti, e non da oggi, che serve maggior rigore nelle spese di tutte le Pubbliche Amministrazioni: dai Ministeri in giù, passando per Regioni, Province e Comuni. E non solo per rispetto nei confronti dei cittadini, ai quali si chiedono continuamente maggiori sacrifici. Ma anche per liberarci gradualmente da quel peso abnorme degli interessi passivi (70 miliardi di euro) che ogni anno pesano sulle casse statali.
E mi chiedo: se il Bilancio predisposto “è vero”, e lo verificheremo in corso di esercizio finanziario, come è stato possibile, a parità di servizi erogati, poter “risparmiare” 380 mila euro? Non credo solo eliminando gli sprechi. O limando qua e là i diversi o tutti i Capitoli di spesa. Mi piacerebbe conoscere in dettaglio come ci si è mossi, perché io sono tra quelli che ritengono che forti risparmi, nei pubblici bilanci, si ottengono soltanto con una rigorosa “politica sul personale”.

domenica 28 febbraio 2010

Una proposta

di Antonio Mallucci (Ex Sindaco di Ostra)
Alcuni giorni prima di Natale, una TV locale ha dato la notizia della decisione di un Sindaco del Fermano in merito allo svolgimento dei cortei funebri nel suo Comune.
Con propria ordinanza il Sindaco ha vietato i cortei che accompagnano i defunti al cimitero, dopo la messa funebre, per motivi di sicurezza e incolumità pubblica. La decisione del primo cittadino ha avuto origine dal fatto che il percorso del corteo si snoda lungo una strada frequentemente transitata da automezzi di ogni tipo e che l’accompagno funebre a piedi costituisce, ogni volta, un problema per le persone che vi partecipano e per gli automezzi che nello stesso momento lo incrociano.
Il provvedimento sindacale ha visto l’opinione pubblica divisa tra i favorevoli e i contrari o, meglio tra coloro che ritengono giusto mantenere la tradizione del corteo pedonale e quanti, invece, considerano il problema della incolumità delle persone di preminente attenzione. Ma ciò che maggiormente ha fatto notizia è che tra i favorevoli all’ordinanza del Sindaco si sono schierati anche i parroci del posto.
Ho segnalato la notizia suddetta per richiamare l’attenzione dei lettori di “BUON GIORNO OSTRA” sul problema che a mio parere esiste anche per noi Ostrensi, o meglio dire per i residenti del capoluogo. Per i residenti delle frazioni, infatti, il problema non si pone, in quanto l’accompagno avviene esclusivamente con le auto private, al seguito del carro funebre dalla chiesa al cimitero.
Allora, per i parrocchiani di Santa Lucia e di Santa Croce la domanda è la seguente: “è bene e moralmente importante continuare con la tradizione di sempre, o è ormai più opportuno e adeguato ai tempi ed alla realtà attuale l’accoglimento di una eventuale decisione delle Autorità civili e religiose locali rivolta a consentire i cortei funebri solo con gli automezzi?.” Magari, limitando i cortei pedonali di parenti, amici e conoscenti nel tratto stradale fino all’uscita del Paese, all’altezza di Largo Marina.
Anche nel caso di Ostra, come per quella comunità del Fermano, esiste il problema della viabilità e del passaggio degli automezzi durante il corteo, lungo il percorso da Largo Marina al Cimitero.Personalmente non credo che attuando questa nuova ipotesi vengano meno il rispetto per il defunto e la solidarietà verso i familiari e i parenti.

La Casa di Riposo

Un nuovo Consiglio di Amministrazione guida la Casa di Riposo di Ostra. Su questo giornalino ho esposto domande e suggerimenti al precedente Consiglio, senza ricevere, se non una risposta, almeno un segno di attenzione. Chiedevo per esempio perché non aprire, alla comunità e in particolare ai ragazzi, gli spazi verdi non utilizzati che circondano la Casa, magari sistemando e attrezzando, con il sostegno del Comune, lo storico campetto di gioco-calcio. Chiamando naturalmente i ragazzi al rispetto di regole di comportamento e di rispetto (una opportunità educativa per i giovani e di vicinanza agli anziani). Invece per quello spazio si è preferito fare un progetto di impianto fotovoltaico, costato qualche migliaia di euro (a proposito: chi paga?) che non ha avuto seguito.
Oltre al negato uso dello spazio del campetto a favore dei ragazzi, c’è un altro aspetto per il quale quell’impianto non andava realizzato: perché avrebbe pregiudicato l’eventuale ampliamento della Casa di Riposo, alla possibilità , nel prossimo futuro, di offrire una migliore sistemazione in camere singole ad anziani soli, ma abbastanza autonomi.
Al nuovo Consiglio rinnovo la proposta, ma soprattutto vorrei chiedere se la gestione dell’importante servizio e dei beni II.AA.BB. non riguardi tutta la comunità ostrense, così da dover rendere conto pubblicamente, almeno in Consiglio Comunale, del loro andamento, delle prospettive di sviluppo, delle problematiche che potrebbero essere meglio affrontate, magari con la collaborazione di associazioni e singoli cittadini ostrensi.
Bruno Landi

Viabilità: non ci siamo

La situazione della viabilità, in particolare nel centro storico, va ogni giorno peggiorando.
La materia, non c’è dubbio, è complessa e divide profondamente chi chiede che tutto resti così e chi invece pensa che sia più che mai necessario un intervento organico che metta fine al caos e al pericolo.
Sappiamo che dovrebbe essere nominata una Commissione che studi il problema e indichi le soluzioni. In attesa che la Commissione cominci i suoi lavori e presenti le sue indicazioni, è troppo chiedere che la segnaletica in essere nelle vie principali del centro storico venga rispettata?
Si potrebbe cominciare da qui. Il resto, almeno per il momento, può attendere.

Si parla molto di giovani

di Carla Raffaeli
Si parla molto di giovani e tutti si mostrano consapevoli che il futuro della vita politica, economica, sociale, culturale, così come la salute dell’ambiente, della terra intera, dipenderà dalla loro intelligenza, responsabilità, dal loro impegno, dalle belle energie che avremo, anche noi, saputo valorizzare creando condizioni favorevoli al loro sviluppo.Poi, c’è la Concluso il mio percorso di studi (laurea 3+2 in Economia e Commercio presso l’Università Politecnica delle Marche) ho voluto vivere un’esperienza formativa all’estero. Tornato in Italia da qualche mese, mi sono attivato nella ricerca di un’occupazione che fosse in linea con le conoscenze acquisite durante gli anni d’università. L’impatto con il mondo del lavoro non è stato facile e mi ritrovo tuttora inoccupato.Non riesco a capire quanto questa condizione dipenda dalla situazione economica contingente o da mie eventuali carenze e mancanze. Resta il fatto che un sistema, come quello italiano, basato ancora sulla raccomandazione e sulla conoscenza personale, non sarà mai efficiente quanto uno meritocratico.I criteri di selezione che non valorizzano l’eccellenza rappresentano però soltanto una parte del problema. Non bisogna dimenticare l’abuso di stage, tirocini e contratti di lavoro atipici, unito ad una formazione universitaria scadente e non in grado di preparare lo studente ad un immediato inserimento lavorativo.Al momento, continuo dunque a far parte dell’ormai nota categoria dei “bamboccioni”. Non mi sento però tale. Se potessi, se avessi cioè disponibilità economica certa (lavoro a tempo indeterminato per intenderci, o a tempo determinato ma con concrete prospettive future) non esiterei un istante ad uscire di casa alla ricerca di una sistemazione autonoma dalla mia famiglia.Un contributo di 500 euro al mese per aiutare i giovani? Non è questa la soluzione; si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto.Attualmente, le prospettive occupazionali non sono sicuramente delle migliori sia in Italia che all’estero. Rimango comunque fiducioso sulla possibilità di trovare un lavoro in un prossimo futuro. Per mia natura sono piuttosto ottimista e, nonostante le problematiche evidenziate, credo che le cose possano cambiare. Spero di non sbagliarmi. (Marco Albani)realtà dei fatti, che purtroppo assai spesso contraddice la bontà delle parole e delle intenzioni. Di sicuro, la nostra è prevalentemente una società di anziani, con una visione assai chiara dei bisogni e delle forme di tutela dell’età matura. Noi adulti siamo cresciuti in tempi non facili, ma il nostro orizzonte era chiaro e alimentava fiducia: crescenti erano, per i più, le opportunità di studio, formazione, lavoro e, soprattutto, corrispondenti alle attese. Così abbiamo concentrato il nostro sguardo su questa realtà del momento senza porci il problema delle prospettive future, agendo come se le risorse fossero inesauribili e le opportunità acquisite per sempre. Oggi ci accorgiamo dell’errore sperimentando, più o meno direttamente, una crisi mondiale che nessun “esperto” della politica o della economia aveva previsto.Ma non voglio essere pessimista: ho grande fiducia nei giovani. E non è facile retorica. Il mondo giovanile che conosco direttamente è fatto di persone piene di risorse, vale a dire: preparazione, determinazione, responsabilità.In questo foglio vogliamo far ascoltare alcune delle loro voci approfondendo il tema introdotto da Nicoletta Principi nel precedente numero. Abbiamo così rivolto alcune domande a quattro giovani ostrensi.
1. Quale è stato il tuo percorso di formazione? (corso di studi, apprendistato, master, formazione all’estero…..)
2. Hai compiuto o stai svolgendo attività lavorative?
3. Quali sono le tue aspettative rispetto al lavoro presente o futuro?
4. Esistono, secondo te, buone prospettive per l’occupazione giovanile qui, nel luogo dove vivi, o altrove?
5. Cosa pensi di quanto dichiarato dal ministro Brunetta in relazione ai “bamboccioni” o al contributo di 500,00 euro per i giovani in cerca di un lavoro o di una sistemazione autonoma dalla famiglia?
Marco Albani:
concluso il mio percorso di studi (laurea 3+2 in Economia e Commercio presso l’Università Politecnica delle Marche) ho voluto vivere un’esperienza formativa all’estero. Tornato in Italia da qualche mese, mi sono attivato nella ricerca di un’occupazione che fosse in linea con le conoscenze acquisite durante gli anni d’università. L’impatto con il mondo del lavoro non è stato facile e mi ritrovo tuttora inoccupato.Non riesco a capire quanto questa condizione dipenda dalla situazione economica contingente o da mie eventuali carenze e mancanze. Resta il fatto che un sistema, come quello italiano, basato ancora sulla raccomandazione e sulla conoscenza personale, non sarà mai efficiente quanto uno meritocratico.I criteri di selezione che non valorizzano l’eccellenza rappresentano però soltanto una parte del problema. Non bisogna dimenticare l’abuso di stage, tirocini e contratti di lavoro atipici, unito ad una formazione universitaria scadente e non in grado di preparare lo studente ad un immediato inserimento lavorativo.Al momento, continuo dunque a far parte dell’ormai nota categoria dei “bamboccioni”. Non mi sento però tale. Se potessi, se avessi cioè disponibilità economica certa (lavoro a tempo indeterminato per intenderci, o a tempo determinato ma con concrete prospettive future) non esiterei un istante ad uscire di casa alla ricerca di una sistemazione autonoma dalla mia famiglia.Un contributo di 500 euro al mese per aiutare i giovani? Non è questa la soluzione; si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto.Attualmente, le prospettive occupazionali non sono sicuramente delle migliori sia in Italia che all’estero. Rimango comunque fiducioso sulla possibilità di trovare un lavoro in un prossimo futuro. Per mia natura sono piuttosto ottimista e, nonostante le problematiche evidenziate, credo che le cose possano cambiare. Spero di non sbagliarmi.
Alessandro Regini:
ho studiato alla Facoltà di Economia dell'Università Politecnica delle Marche, dove ho conseguito prima la laurea triennale in Economia e Commercio (2006) e, ad aprile 2009, la laurea specialistica in Economia e Impresa. Da maggio ad agosto dello scorso anno ho svolto uno stage presso l'Ente Italiano del Turismo di Londra, esperienza bellissima di cui ho già avuto modo di parlare sulle pagine di questo giornalino. Al mio ritorno da Londra mi sono messo a cercare un'occupazione e ho iniziato uno stage di due mesi presso l'ufficio di Ancona della Deloitte & Touche, una delle principali realtà mondiali nel campo della revisione contabile e della consulenza. L'esperienza è stata molto positiva e, poco prima della conclusione, mi è stato offerto di stipulare un contratto di apprendistato biennale. Dall'11 gennaio scorso sono così diventato un dipendente a tutti gli effetti.Storicamente il settore della revisione è un'ottima "palestra" per i neolaureati ma ha un turnover elevato: sono cioè molti coloro i quali, dopo qualche anno di esperienza, mettono a frutto le competenze acquisite venendo assunti in altre società. Ciò è dovuto soprattutto agli intensi ritmi di lavoro, più indicati per un giovane piuttosto che per una persona con famiglia, fermo restando che, comunque, è possibile "fare carriera" anche all'interno di queste società.Al momento la mia intenzione è quella di svolgere al meglio i due anni di contratto che ho davanti e poi decidere se continuare in Deloitte oppure valutare eventuali altre opportunità.Sicuramente la crisi, qui come nel resto d'Italia, si è fatta sentire: basta aprire i quotidiani locali per leggere di aziende di ogni dimensione che che si trovano in difficoltà. Per dei laureati, in particolare, esistono certamente opportunità migliori in altre parti d'Italia, laddove le imprese sono maggiormente strutturate e possono impiegare in misura maggiore personale qualificato. La speranza è che la tanto annunciata ripartenza dell'economia migliori un po' le cose. La proposta dei 500 euro mi sembra volutamente provocatoria, lanciata per dare risalto ad una situazione di immobilismo che caratterizza molti giovani del nostro tempo. Se parliamo di "bamboccioni", ritengo che troppo spesso le famiglie non trasmettano ai ragazzi l'importanza del lavoro, viziandoli e abituandoli ad avere tutto per scontato. Diversa è la situazione di coloro che, pur con tanta volontà, non riescono a trovare un impiego: in questo caso, comunque, non mi sembra che un contributo economico simile possa risolvere la situazione.
Veronica Zacchilli:
la mia formazione è di tipo umanistico, dopo il Liceo Linguistico ho infatti conseguito una Laurea di I livello in 'Lingue Moderne Arti e Cultura' presso l'Università di Urbino 'Carlo Bo'.Grazie al progetto Erasmus ho trascorso il terzo anno del mio percorso universitario in Spagna. Nel 2008, superata la selezione, sono partita con destinazione Sydney per un tirocinio di tre mesi presso il Consolato d'Italia in Australia. Al momento sto frequentando un corso di 'Operatore della Salute e del Benessere' finanziato dal F.S.E.Durante gli ultimi anni delle scuole superiori e nel periodo universitario ho lavorato saltuariamente nel settore turistico e della ristorazione. Ho esperienza come commessa e hostess. Nel 2007 sono stata assunta per alcuni mesi presso l'Aereoporto di Falconara. In Australia, a Cairns, ho collaborato con un Ufficio Turistico locale. La scorsa estate ho invece lavorato come addetta alla reception presso un nuovo Camping senigalliese e al momento sono alla ricerca di un impiego.Nonostante il momento un po' critico spero di trovare un impiego che mi permetta di sfruttare le mie abilità linguistiche e comunicative, nel settore culturale o turistico. Un impiego che sia dinamico e stimolante e che, al contrario di quanto avviene spesso, mi permetta di seguire anche altre attività che per me sono importanti nella mia vita.Ritengo che l'offerta lavorativa locale indirizzata ai giovani sia piuttosto limitata, ma credo questo sia un problema che riguarda il nostro Paese in generale. L'Italia non punta molto sui giovani, basti pensare al fatto che il sistema scolastico-universitario è praticamente scollato dal mondo del lavoro e questo porta molti giovani a valutare opportunità più allettanti all'estero. Altri Paesi, come l'Australia, per esempio, adottano una politica diversa, improntata a spingere i giovani a buttarsi nel mondo lavorativo.Non ritengo la proposta di legge di Brunetta, né tanto meno i 500 euro mensili, una valida soluzione al problema dei 'bamboccioni'. I fattori per cui i ragazzi italiani tardano maggiormente a staccarsi dalla famiglia, rispetto a quanto avviene in altri Paesi, sono vari; a mio avviso c'è un' indubbia componente culturale ma la ragione principale è il lavoro. Credo sarebbe opportuno puntare maggiormente sull'introduzione dei giovani nel mercato del lavoro, prendendo spunto da Paesi come l'Olanda, che iniziano l'inserimento dei ragazzi in ambito lavorativo ancor prima che questi terminino il percorso di studi, attraverso tirocini regolarmente retribuiti. Soluzioni alternative sono possibili, perchè in Italia non ci pensiamo?
Nicoletta Principi:
di seguito, riporto la testimonianza di una ragazza ostrense di 35 anni (K.P.).“Avevo 14 anni e da poco completato gli studi della scuola media inferiore quando, accompagnata da mio padre, sono entrata nel mondo del lavoro, in una locale fabbrica tessile. Pensavo che il lavoro mi desse l’indipendenza che cercavo, almeno quella economica.Ora ho 35 anni e sono ancora alla ricerca di un lavoro, di quello stabile, che sia “per sempre”. In questi quasi 20 anni ho avuto molte esperienze lavorative, dalla fabbrica, che ho lasciato perché desideravo aprirmi al mondo, sono approdata nelle più disparate realtà: ho fatto la magazziniera, la fornaia, la banconiera in centri commerciali, la cameriera, la baby-sitter, l’assistente agli anziani e l’aiuto cuoca. Tutti impieghi accomunati da un triste fattore: erano lavori con contratti a tempo determinato, part-time, stagionale e anche “in nero”. Il più delle volte, ho scoperto solo dopo che il tipo di contratto stipulato con i datori di lavoro non garantiva le condizioni pattuite; tante promesse e pochi fatti! Ad esempio, nei contratti sono importanti le ore settimanali che come si dice in gergo “ti scaricano” perché se cumuli un certo numero di ore, chi come me lavora con contratti stagionali, ha diritto alle agevolazioni statali (c.d. disoccupazione ordinaria). Io quest’anno non sono riuscita a godere di tale diritto perché il mio datore di lavoro non ha rispettato i patti e non mi ha “scaricato” le ore necessarie.In questi anni ho frequentato anche corsi di formazione, perché sono cosciente che è importate studiare e formasi, ma purtroppo nella mia realtà sono serviti a poco. Sono comunque orgogliosa del percorso che ho fatto, del bagaglio di esperienza acquisita “sul campo” e sui libri ma mi sento delusa dall’attuale sistema del lavoro e non ho molte aspettative per noi giovani, né qui dove vivo né in altre realtà. Credo che sia importante avere dei contratti sicuri, che garantiscano contribuiti pensionistici giusti, che siano adeguati all’esperienza che le persone hanno maturato, così come credo servirebbe una preparazione al mondo del lavoro e in questo l’amministrazione locale potrebbe intervenire creando le condizioni per istaurare un dialogo tra i giovani in cerca di lavoro e chi offre, oppure organizzando dei corsi di formazione.La mia speranza è che qualcuno rivolga lo sguardo su noi giovani (non come il Ministro Brunetta, che promette cose a mio avviso non realizzabili), perché non è vero che non abbiamo voglia di lavorare, bensì spesso veniamo “sfruttati” e non considerati dai datori di lavoro, con la scusa che tanto siamo giovani!!”..

Quale scenario per la nostra economia?

di Stefano Neri
La crisi economico-finanziaria internazionale, in questo momento, è uno dei problemi più sentiti dalla popolazione.
Anche nelle nostre zone ci sono aziende che hanno posto gli operai in cassa integrazione.
In alcuni casi entrambi i coniugi si trovano in questa situazione, con ripercussioni pesanti sulle proprie fonti di reddito. La domanda che tutti si pongono: quando ci sarà la ripresa?
Gli indici della produzione ci dicono che, nei principali paesi europei, nel terzo trimestre 2009 c’è stata una inversione del ciclo ed il Prodotto Interno Lordo è tornato a crescere (seppur in forma molto modesta). Per l’Italia lo scenario dovrebbe essere quello di una moderata crescita dei consumi. Più che dalla richiesta interna, l’aumento della produzione sarà trainato però dalla crescita della domanda internazionale, soprattutto dall’Asia. Le imprese dovranno quindi rivolgere la loro attenzione su questi mercati, non tanto in termini di delocalizzazione della produzione quanto di possibili futuri sbocchi di mercato.
I settori che al momento sembrano attrarre i principali investimenti sono quelli dell’ambiente (fotovoltaico) e delle tecnologie.
Nella nostra realtà locale, una buona parte dell’occupazione femminile è concentrata nel settore dell’abbigliamento dove purtroppo le possibilità di uscire dalla crisi in tempi brevi sono molto poche. Probabilmente assisteremo ad un cambiamento delle abitudini di vita dettate da ragioni economiche (bambini che restano a casa con uno dei genitori, invece di frequentare l’asilo nido o anziani che rimango in famiglia piuttosto che essere ricoverati in casa di riposo). Secondo alcuni analisti, il tempo necessario per ritornare allo stesso livello raggiunto prima della crisi, occorreranno ancora 5 o 6 anni.
Il dato positivo è che, seppur lentamente, la ripresa ci sarà.

giovedì 31 dicembre 2009

Una macchina comunale più snella ed efficiente

Ridotto il numero dei “ settori”

Nel corso di un incontro che l’Amministrazione Comunale ha tenuto con i cittadini, il Sindaco Olivetti ha comunicato l’avvenuto avvio di una profonda modifica nell’organizzazione della macchina comunale, che passa attraverso queste fasi:
- sostituzione del Segretario Comunale;
- riduzione del numero dei settori mediante accorpamento dei due settori tecnici e finanziari;
- digitalizzazione del protocollo comunale, che quindi da cartaceo diviene informatico, rendendo più rapide le operazioni e riducendo il consumo di carta;
- nuova organizzazione del lavoro degli operai, con l’istituzione della figura del “capo-squadra” che non si raccorda più con il responsabile dell’ufficio tecnico ma direttamente con l’assessore ai Lavori Pubblici, al quale giungono le segnalazioni, e che funge da coordinatore dei lavori.
Il Sindaco ha anche annunciato che si procederà presto al riposizionamento degli uffici secondo la disposizione originaria (ufficio tecnico vicino all’ufficio urbanistica ed ufficio tributi vicino all’ufficio ragioneria).
E’ indubbio che questa riorganizzazione contribuirà a rendere più snella la macchina comunale.
Modello in legno del Palazzo Comunale,
realizzato dall'artigiano Mario VerzoliniSi libereranno inoltre risorse da destinare ad altre mansioni, vedi ad esempio il responsabile lavori pubblici che, liberato dall’impegno di coordinare gli operai, ha ora la possibilità di redigere progetti interni all’Ente, riducendo i notevoli costi delle consulenze esterne, cui si era fatto ricorso in passato (geometri, architetti, ingegneri ecc…).
Il dimezzamento del numero dei Capi-Settore, porterà inoltre ad una evidente riduzione dei costi per le spese del personale. Tra l’altro, recentemente, la Corte dei Conti, proprio su questa voce di bilancio, ha rilevato che negli ultimi 5 anni il costo del personale è passato da €. 1.462.000 del 2004 ad €. 1.591.000 del 2008 con un incremento di €. 129.000 (+ 8,8%) e ciò in contrasto con quanto prevede l’art. 1, comma 557, della legge 296/2006, che impone ai Comuni di assicurare la riduzione delle spese di personale, anche attraverso la razionalizzazione delle strutture burocratico/amministrative.
Va dato merito a questa Amministrazione di aver saputo affrontare sin da subito la questione individuando soluzioni idonee. Il provvedimento della riduzione dei Capi-Settore assume ancora maggior valore se si pensa che, a suo tempo, la decisione di aumentare il numero dei settori era stata assunta sul finire degli anni ‘90, quasi al termine del mandato, dalla Giunta Morganti, di cui facevano parte, come assessori, l’attuale Sindaco e alcuni componenti della Giunta odierna.
Auspichiamo che questo cambiamento sia solo un primo passo verso un nuovo modo di concepire il funzionamento degli uffici comunali che dovrà rispondere sempre di più a criteri di efficienza, efficacia ed economicità, premiando solamente coloro che raggiungono i risultati prefissati ed escludendo dai benefici chi non li raggiunge, ponendo fine alla consueta pratica degli incentivi “a pioggia”.
Questo rappresenta per noi un segnale positivo che ci fa ben sperare per il futuro
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Stefano Neri - Bruno Landi

La parola agli immigrati

Siamo convinti che la conoscenza reciproca, fatta di ascolto e rispetto vicendevoli, sia una grande opportunità per le persone che hanno origine e cultura diverse. Ci siamo fatti raccontare da alcuni nostri concittadini le loro storie di emigrazione. A quelle affianchiamo ora altre storie, di immigrati nella nostra città. Storie diverse e simili al tempo stesso, pur nel variare dei tempi, delle provenienze e delle direzioni.
Testimonianze su cui riflettere e, senza pregiudizi, orientare i nostri comportamenti.
***
Isvet Pograxha è di Durazzo ed è il primo albanese ad essere arrivato ad Ostra, il 6 luglio 1991. In uno di quei traballanti barconi della speranza che ogni giorno attraversavano l’Adriatico, è giunto a Brindisi. Erano in 40 e un prete li accolse in un campeggio. Con lo “smistamento” Isvet finì a Taranto da dove venne trasferito ad Ancona. Qui ancora un prete dell’Istituto “Buon Pastore” gli diede assistenza e lo informò che ad Ostra una impresa edile cercava manodopera, così che si trasferì nella nostra città. Pograxha ricorda con riconoscenza Don Dario Barbaresi, allora arciprete parroco di Santa Croce: “Per me ha pensato a tutto: davvero un prete e un uomo straordinario”.
Era già sposato, Isvet, quando giunse in Italia. La moglie lo raggiunse successivamente. Dei due figli, nati in Italia, il più grande, Matteo, frequenta con buon profitto il liceo scientifico e il babbo assicura che si iscriverà alla Università. Anche i genitori di Isvet, che da anni lavora in fabbrica, sono qui con la sua famiglia. E da sei mesi circa Pograxha è cittadini italiano.
Si sente ancora, comunque, molto legato al suo Paese, dove ritorna una volta all’anno a trascorrere le vacanze. Pensa però di rimanere per sempre in Italia, della quale è innamorato. “Un Paese meraviglioso, dove mi sono perfettamente integrato” senza problemi. Conclude affermando che in nessun’altra parte d’ Italia si potrebbe stare meglio che ad Ostra.
Ilir Prendi, albanese di Lushnje, una città che dista circa 100 chilometri dalla capitale Tirana, è arrivato in Italia nel 1994, naturalmente spinto dalla necessità di trovare un lavoro e crearsi un futuro migliore.
Dopo un breve periodo trascorso a Cingoli, è arrivato nella nostra città, dove tutt’ora risiede con la sua famiglia. Era già sposato Ilir quando, molto giovane, è arrivato in Italia, dove è vissuto per circa due anni da solo. La moglie lo ha raggiunto dopo la nascita, in Albania, del figlio Amarildo, che oggi gioca nelle “giovanili” dell’Ostra Calcio.
La loro seconda figlia è nata nella nostra città.
Ilir Prendi, in Albania, dopo aver frequentato le scuole superiori, si era iscritto ad Ingegneria meccanica; ha imparato presto la nostra lingua, non ha avuto alcuna difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. Oggi è un operaio metalmeccanico in forza ad una importante azienda locale.
“In Italia mi trovo benissimo”, anche se ammette di sentire un po’ di nostalgia per il suo Paese, dove ogni anno comunque si reca per trascorrere le ferie.
Ritiene di non aver avuto problemi di integrazione, anche se gli piace stare con la sua gente, parlare la sua lingua, per non perdere definitivamente il legame con la sua terra.
Infatti, Ilir non sa se il suo futuro sarà per sempre in Italia. E’ qui con i suoi familiari, i figli che frequentano le nostre scuole e che, con ogni probabilità, qui si fermeranno.
Forse questo renderà un po’ più difficile per lui tornare per sempre in Albania.

Mensur Verria da 17 anni vive in Italia. Sei anni a Milano, “dove ho fatto diversi mestieri” e poi dal 1999 ad Ostra, dove è stato raggiunto dalla moglie Vjollca (Viola in italiano) e dai suoi tre figli. Anche Mensur, come Ilir Prendi, è un albanese di Lushnje.
Dal 2003 è imprenditore edile. Fa parte di una cooperativa di cinque soci, che dà lavoro a sei operai. “Il lavoro va abbastanza bene”.
Non si lamenta, quindi, Mensur, che sembra non risentire più di tanto della gravissima crisi che attanaglia il settore. Nella lunga chiacchierata, a tutto campo, facciamo più di una incursione sull’Albania del tempo che fu, quella di Enver Hoxha, e su quella di oggi, di cui Mensur dice: “un Paese che sta rapidamente cambiando”. Parliamo anche di integrazione e, con molta tranquillità, Mensur dichiara che non ci sono problemi. Anche se è convinto che c’è sempre qualcuno a cui la presenza degli “stranieri” nel nostro Paese dà molto fastidio, magari perché “prendono le nostre case e poi perché ci rubano il lavoro”.
Mensur è invece convinto del contrario: “Noi immigrati facciamo per lo più lavori che voi italiani non volete più fare”. E’ un po’ quello che è successo non molti decenni fa ai nostri connazionali, compresi tanti ostrensi, costretti ad emigrare, primo per trovare un lavoro che in Italia non c’era, e poi proprio per fare lavori che svizzeri, tedeschi, belgi, francesi ed altri non volevano più fare.
Mensur pensa che agli immigrati che rispettano le leggi del Paese dove lavorano e pagano le tasse, oltre a questi elementari doveri, debbano giustamente essere riconosciuti anche i diritti, come quello della cittadinanza e del voto.
Facciamo una breve incursione anche nel campo della religione e scopriamo che Vjollca è cristiano ortodossa e Mensur musulmano. Questo non ha mai creato problemi nella loro vita in comune, perché ognuno è rispettoso della scelta dell’altro. Un bell’ esempio di tolleranza e rispetto, purtroppo non molto diffuso in troppi angoli di questo nostro martoriato Pianeta. Anche avere prospettive future diverse non costituisce un problema insuperabile. Vjollca, nella convinzione che i suoi tre figli (due femmine, una diplomata e iscritta all’Università di Ancona e gli altri due studenti delle scuole medie superiori) si fermeranno in Italia, vuol restare loro vicina.
Mensur, invece, pensa che un giorno ritornerà nel suo paese, dove vuole finire i suoi giorni.
E, soprattutto, si augura che un giorno i suoi figli, diplomati o laureati, possano lavorare in una Albania inserita a pieno titolo in Europa e dare il loro contributo per far crescere e sviluppare, nel Paese delle Aquile, non solo l’economia ma anche la democrazia.

Tahir Denjali viene dalla Macedonia, precisamente da Vesala (Tetovo), un paese di montagna, a 1.370 m. sul livello del mare dove, abbiamo verificato, la recente guerra è stata particolarmente devastante.
Era giunto ad Ostra nel febbraio 1995 per trascorrere qualche mese insieme al fratello, in Italia già da un anno. Le cose sono andate diversamente e Tahir, a distanza di quasi 15 anni, è ancora qui. Lavora nel settore dell’edilizia, con una importante azienda locale.
Aveva 25 anni quando è partito dalla Macedonia, dove era già sposato e aveva due figlie. Allorché è nata la terza, ha portato moglie e figlie in Italia, dove sei anni fa è nato il quarto figlio.
Gli chiedo se i suoi figli hanno qui le loro amicizie. Si, almeno fin quando hanno frequentato le scuole ad Ostra. Poi, gli incontri si sono diradati. E questo gli sembra del tutto normale. Gli chiedo ancora se un giorno ritornerà al suo Paese. “Per il momento è impossibile - risponde.
Non c’è molto lavoro, anche se la situazione sta lentamente migliorando”.
Comunque, ritornerebbe volentieri, perché l’Italia è lontana dalla Macedonia e i collegamenti, compresi quelli aerei, piuttosto complicati.
Il fatto che al suo Paese guadagnerebbe di meno che in Italia non lo preoccupa. E’ più importante, per lui, poter stare vicino alla sua città natale, magari anche ad una o due ore di macchina, e ritrovare ogni venerdì amici e parenti con cui trascorrere il tempo libero e le feste. Gli chiedo come mai ad Ostra raramente lo si veda con gente di altra nazionalità. Risponde: “La sera o nei fine settimana ci piace stare insieme tra conterranei, parlare la nostra lingua, fare qualche bevuta e anche qualche partita, ricordando e raccontando storie del nostro Paese, quelle di un tempo e di oggi. E certo non lo facciamo per appartarci.”
In Italia, almeno dalle nostre parti, non vede forme di razzismo. Ed anche per questo Tahir dice di trovarsi molto bene in Italia e di essersi integrato senza problemi. Qui c’è il lavoro e qui si può vivere. Se però si creeranno le condizioni, ritornerà per sempre al suo Paese, dove già si reca in paio di volte all’anno. Un Paese, la Macedonia, al quale si sente profondamente legato. E lascerebbe l’Italia senza rimpianti, pur serbando per sempre un ottimo ricordo dell’Italia e degli italiani.
Teresa Ruizyùska viene dalla Polonia, precisamente da Swidnica (Wroczan).
Da sette anni è in Italia, dove è venuta per ricongiungersi alla figlia, Caterina, diplomata ostetrica in Polonia, in Italia operaia in una fabbrica di plastica. Il marito e un altro figlio sono in Polonia, dove almeno due volte all’anno Teresa ritorna per brevi vacanze. Così, a percorso inverso, fa suo marito, operaio in fabbrica, che viene un paio di volte all’anno in Italia a trovare moglie e figlia.
In Italia Teresa si trova molto bene, si sente libera, guadagna quanto basta per vivere, le piace il clima e pure la lingua. Ma soprattutto perché ha incontrato, come badante, persone di grande umanità. Famiglie che l’hanno accolta e trattata come una persona di casa e dove non ha mai creato né avuto problemi. Su questo punto, Teresa è molto chiara: “Non vorrei essere trattata male e neppure come una “serva”. Rivendica con orgoglio la sua dignità di donna e di cittadina e, su questo punto, afferma di essere “del tutto intransigente”.
Teresa ci parla anche di sua figlia Caterina – da 12 anni in Italia - della sua speranza di poter esercitare un giorno la professione di ostetrica, quella per la quale ha studiato, delle numerose amicizie, di persone di diverse nazionalità, delle sue aspirazioni. Sua figlia Caterina, in fabbrica, ha un buon rapporto con i tanti lavoratori stranieri presenti. Un po’ meno buono è il rapporto con i lavoratori italiani, perché – afferma Teresa - tengono nei confronti della donna un atteggiamento che non le piace. Solo in questo Teresa avverte negli italiani una certa di forma di “razzismo” e, forse, anche per questo non sa se sua figlia vorrà restare per sempre in Italia.
Teresa descrive anche alcune tradizioni della sua Polonia, dove un matrimonio si trasforma in una lunga festa, ancorché semplice, che dura pure tre giorni interi e dove si mangia, si beve, si balla. E della vigilia di Natale, quando le famiglie vestite dei loro abiti migliori restano unite nella lunga veglia, davanti ad una tavola apparecchiata con una tovaglia bianca e imbandita con ogni ben di Dio. Poi, la prosecuzione della festa nel giorno di Natale, la tovaglia colorata e l’albero sotto il quale c’è un regalo per tutti, non importa se piccolo, e con un piatto pronto per un ospite che potrebbe arrivare.

Alcuni dati sulla immigrazione a Ostra

Paese di provenienza M F T
Macedonia 111 72 183
Romania 79 83 162
Albania 63 53 116
Cina 29 25 54
Bangladesh 14 5 19
Polonia 1 7 8

(I dati si riferiscono alla popolazione residente nel Comune di Ostra – dicembre 2009 -)


Generazione “né-né”

di Nicoletta Principi

Negli ultimi mesi la stampa nazionale si è occupata con diversi articoli della generazione chiamata “né-né”, vale a dire quella che né studia né lavora. Il fenomeno, oggetto di studio anche in Italia, interessa i giovani dai 18 ai 35 anni (circa 3 milioni di ragazzi), che si trovano nella condizione di “né-né” per diverse motivazioni. Molti di loro non lavorano perché un impiego non lo trovano, ora più che mai nel mezzo della crisi mondiale, o hanno smesso di cercarlo, scoraggiati da un sistema non meritocratico, fatto di raccomandati e persone che difendono le posizioni di rendita. Altri sono quelli che, dopo anni di borse di studio o stage non retribuiti, magari in giro per il mondo, si ritrovano a casa, disillusi e senza prospettive.
Ma ci sono anche i giovani che della loro inattività fanno una scelta, perché a studiare o lavorare non ci pensano proprio, tanto ci sono mamma e papà pronti a sostenerli. Così come quelli che, rapiti dal concetto che per riuscire non serve impegnarsi, temporeggiano aspettando la chiamata in qualche show che li farà diventare ricchi e famosi.
Ci si può allora domandare se la condizione di “né-né” sia dovuta anche alle precedenti generazioni che non riescono a trasmettere ai figli i concetti di ambizione, di impegno per la conquista di una posizione sociale, che dimostrano il bene mettendo a disposizione dei figli tutto e subito, o se le cause debbano primariamente essere ricercate nella tanto nominata società che non offre, non qualifica e non protegge.
Sarebbe interessante approfondire tale fenomeno nella nostra realtà; conoscere le storie dei giovani ostrensi, comprendere “da vicino” le diverse condizioni, comprese le motivazioni che portano a vivere nella condizione di “né-né”, anche per proporre possibili soluzioni o semplicemente per dar voce a idee e considerazioni di chi è calato nella situazione.
Come sempre, noi di” Buongiorno Ostra” siamo qui per ascoltare e riportare le testimonianze di voi giovani.

Alcuni dati sulla popolazione giovanile residente nel Comune di Ostra


Anno di nascita M F T
Dal 1974 al 1983 478 448 926
Dal 1984 al 1991 293 267 560



venerdì 30 ottobre 2009

Due emigrati ostrensi

di Nicoletta Principi

Su invito fatto nell’ultimo numero di Buongiorno Ostra nell’articolo “Quando gli emigranti eravamo noi”, ho raccolto le testimonianze di due emigrati ostrensi.

Guido Marchetti,appena maggiorenne, decide di emigrare e lasciare la numerosa famiglia (quarto di sette fratelli) per imparare un nuovo mestiere, non sentendosi pienamente realizzato dal lavoro di mezzadro che svolgeva ad Ostra, né condividendo la regola di dover dividere il raccolto con il “padrone”. Era il 1958 quando Guido, da solo, raggiunge per la prima volta la Svizzera, precisamente Aarau, cittadina del cantone Argovia, di lingua tedesca. Arriva con pochi soldi e trascorre la prima settimana “chiuso” nella casa dello zio, perché la polizia svizzera era solita controllare gli stranieri e rispedirli a casa, mettendo il visto rosso sul passaporto, se venivano trovati senza denaro a sufficienza.
Lavora prima in una fabbrica di ottone, poi in un’altra ditta dove si occupa di lucidare le lamiere di zinco e alluminio. Di quell’azienda, dove resta per 9 anni, conserva un ottimo ricordo: lavora molto, con turni intensi (per due giorni alla settimana dalle 6 alle 22) e rammenta ancora i freddi e innevati inverni, con temperature che scendevano fino a 31° sotto lo zero, mentre in bicicletta raggiungeva il lavoro. I sacrifici sono però ripagati sia dal buono stipendio sia dalla stima e fiducia che i titolari dell’azienda gli riservano. Infatti gli italiani erano più abituati al sacrificio e lavoravano più degli svizzeri che per questo canzonavano gli italiani, senza però eccedere in episodi di razzismo.
Della gente svizzera ha un buon ricordo. Prima che la moglie lo raggiunga, nel 1963, Guido vive in una casa in affitto dove la proprietaria gli prepara da mangiare, un gesto che lo fa sentire accettato e ben voluto. Ricorda anche la disciplina e il senso civico degli svizzeri, il rispetto per le regole, il senso di prevenzione. Per esempio, erano già previste le cinture di sicurezza e le guardie svizzere multavano chi lasciava le automobili non chiuse a chiave perché il fatto poteva favorire la delinquenza. Un rigore, quello degli svizzeri, a volte eccessivo, tant’è che Guido non poteva acquistare un giornale italiano in cui fossero trattate questioni politiche perché, se lo avesse fatto e fosse stato scoperto, sarebbe stato rispedito in patria. Tuttavia Guido e la sua famiglia, moglie e figlia che nasce ad Aarau, partecipano poco alla vita della cittadina svizzera, complice anche la difficoltà di parlare e capire la lingua tedesca.
Nei pochi momenti di svago, generalmente il sabato sera, si ritrovano nelle case di altri emigrati italiani e a volte visitano le vicine città come Zurigo e Basilea.
E’ il 1968 quando Guido e la famiglia tornano ad Ostra perché il costo della vita in Svizzera è elevato e non riescono a risparmiare molto.

Anche Enzo Cioccolanti, all’età di 23 anni, lascia Ostra per raggiungere la Svizzera. Parte con un amico, stanco di lavorare duro nei campi e guadagnare poco o niente. Enzo arriva in Svizzera nel 1963, nel comune di Richterswil del cantone Zurigo. Nei primi 18 giorni non trova lavoro, complice anche un’annata particolarmente fredda cha ha gelato il lago di Zurigo e temporaneamente paralizzato la ricerca di manodopera e proprio quando, scoraggiato, pensa di tornare a casa, trova impiego in una fabbrica che produce tovaglie. Ma il lavoro non è ben retribuito e dopo 4 anni, decide di cambiare e andare a lavorare in una ditta di montaggio di serrande, dove resta per 7 anni. Con nostalgia ricorda che il titolare della ditta lo stimava molto, gli aveva affidato la macchina aziendale ed era apprezzato anche dai colleghi svizzeri. La moglie, nel 1967, lo raggiunge e, con la nascita della prima figlia, per guadagnare di più, Enzo svolge anche un altro lavoro: nel tempo libero vende frutta ad un supermercato e impara così molto bene a parlare e capire la lingua tedesca. Anche la famiglia è ben integrata, vivono in affitto in un appartamento di un condomino con altre 16 famiglie tutte svizzere; la moglie è casalinga e si prende cura dei figli dei vicini; la figlia frequenta, anche se per un breve periodo, l’asilo pubblico.
Nel 1974, a causa di questioni familiari, torna con la famiglia ad Ostra.
Enzo confida che l’esperienza da emigrato gli ha regalato molte soddisfazioni, sia umane che professionali e che sarebbe rimasto volentieri nella terra non più straniera, la Svizzera!.

Benito Galli

Benito Galli è emigrato in Svizzera nel 1955 e vi è rimasto fino al 1964. Ricorda che, alla frontiera, gli emigranti venivano sottoposti a visita medica. Chi non era in buona salute non entrava in Svizzera. Appena arrivati, si doveva consegnare il passaporto in Comune e, in cambio, veniva rilasciato il “libretto stranieri”, dove erano annotati i lavori svolti.
Chi rimaneva momentaneamente senza lavoro, se veniva fermato dalla Polizia, doveva dimostrare di avere i soldi sufficienti per vivere, altrimenti veniva rispedito in Italia. Qui non c’era lavoro e comunque la paga era di 25 / 30 mila lire al mese. Lavorando in Svizzera, tolto quanto necessario per vitto e alloggio, si potevano mandare in Italia circa 120 mila lire al mese. La paga veniva data ogni 2 settimane (al martedì). Il lavoro era di 8 ore al giorno più mezza giornata del sabato (pagato come straordinario).
Se ci si comportava bene, e si era laboriosi, i datori di lavoro erano rispettosi dei dipendenti italiani ed a volte, a sorpresa, c’era anche un premio in busta paga. Chi invece tentava di rubare o si comportava male, veniva rispedito in Italia (con tanto di legnate). I colleghi svizzeri disprezzavano gli italiani emigranti ( “zingari” ). Per non perdere il lavoro, gli italiani non potevano neanche reagire perché passavano sempre dalla parte del torto.
All’inizio si dovevano fare i lavori più umili o più pesanti che gli svizzeri non volevano fare (esempio lavorare nelle cucine di grandi ristoranti, fare scavi in profondità nel terreno, con enorme fatica e rischi). Poi, con il tempo, si acquistava fiducia e referenze per trovare lavori sempre migliori. Un problema grave era quello della non conoscenza della lingua, il tedesco, che poi pian piano si imparava a parlare, almeno l’indispensabile.

(S. Neri)